Tree

“Affannai, strisciando sulla nuda terra, mi spinsi dietro un grosso abete.

Sentivo le fronde palpitare ad ogni suo balzo e il suo respiro assaporare il mio odore, sbavando per l’eccitazione della caccia.

Tremante mi tirai su, appoggiando la schiena al tronco. Mi chiedevo da che lato mi avrebbe sorpresa, mentre i miei palmi si aggrappavano tanto disperatamente alla corteccia da sanguinare.

Ero disperata, davvero era già giunta la mia fine? Braccata da una specie di segugio infernale che mi avrebbe divorato le carni, cibandosi di me come adesso si cibava della mia paura.

Spinsi ancora più violentemente la schiena verso la corteccia appuntita, tanto che sentii parte di essa entrarmi nella carne, così intensamente che qualcosa si mosse. Dei rami mi abbracciarono stretta sino a togliermi il respiro, avvolgendomi e trapassandomi dolorosamente cosicché le mie membra si tramutarono in radici, tronco e foglie.

La mia pelle si increspò in una spessa corteccia bruna, i miei capelli in leggere foglie mentre gli arti inferiori sprofondavano diramandosi nel terreno. D' un tratto era tutto cosi sereno, come se ciò che era appena accaduto fosse un flebile ricordo d' infante o un evento visto dall'esterno.

Ero mai stata umana?

Percepivo contemporaneamente la luce inebriante che colpiva le mie foglie e le umide tenebre del sottosuolo. Gli uccelli si posavano sui miei rami ed i lombrichi strisciavano sulle mie radici. Nessun uomo poteva provare nulla del genere, e li sentivo lontani come se non fossi mai stata una di loro.

Accadeva spesso che una bestia dal manto irso e gli occhi luminosi nella notte mi si accostasse diffidente fissandomi per ore. In quei momenti il pensiero di un trascorso umano si faceva quasi reale. Quando sentivo per un momento il cuore impazzire ed i polsi tremare dal terrore. Ma il tempo trascorse per quell' animale più crudelmente che per me, e ancora più logorante si rivelò quella caccia solitaria senza preda che lo consumò a fondo nell'indole e nelle membra, sino a che solo le sue orme, accanto alle mie radici, rimasero a testimoniare la sua esistenza.

 

 

Le fissavo impresse nel terreno fino a che, al termine di un temporale estivo colmo di fulmini e saette, al diradarsi della pioggia non le vidi più. Scrutai più a fondo e più volte alla ricerca dell’unica prova del passaggio di quell' essere in questo mondo, l’unico per il quale ero stata importante.

All' accaduto, senza rendermene conto, sentii di nuovo il cuore soffrire di una tristezza malinconica e logorante.

I rami si accasciarono sul terreno e le radici si ritrassero dal suolo. Sentii le ultime gocce cadere sul mio corpo di carne ed ossa, tremante strinsi la terra bruna nei pugni chiusi, piangendo la morte della mia creatura e la mancanza della clorofilla.”

                                                      Aura Levine

                                "Negli occhi del Bramastirpe"

                                                            I.Bicchi



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