Il Burattinaio di Anime

Amava immergersi nell'oscurità più densa, quell’ uomo.

In realtà era complicato da definire come essere vivente, in quanto mai sono riuscito a vedere la sua figura per intero.

Ogni volta che percorrevo quel tunnel lo incontravo. Chiedeva l’elemosina, nascosto in una piccola loggia del muro liscio, la più distante dai neon.

Ammetto di non essermi mai azzardato a fermarmi per guardarlo con più attenzione, né tanto meno a fissarlo, rischiando magari di incrociare quello sguardo macabro e assente.

Non importava che tempo facesse, tutto in quel posto ristagnava, puzzolente di urina, tanto da grondare umidità anche dalle pareti scarabocchiate dai ragazzini.

Lui stava sempre lì, tutti i giorni, in ogni momento. In quel luogo che non conosceva né giorno né notte. Semplicemente spuntava inclinato da dentro quella loggia buia, come se lo generasse, come se fuoriuscisse solo col busto da un buco nero, da un'altra dimensione.

Mai infatti ho visto il suo corpo per intero, solo il suo torso inclinato sul passaggio pedonale, appena illuminato da distinguerne i tratti somatici. Quei capelli unti e radi, quel sorriso finto, tanto largo e tirato che sembrava dovesse spaccare la faccia in due da un momento all'altro. Vestiva elegante, con giacca, camicia e farfallino, piene di unto luccicante e macchie la quale provenienza si era incrostata nel tempo.

Sporgeva in avanti quelle scheletriche braccia, tanto fine da sembrare che le maniche si muovessero da sole, vuote. Se non fosse stato per le sue esageratamente lunghe mani scheletriche, con quelle dita ossute e spigolose che muovevano marionette sopra un piccolo palco, creato con una scatola di cartone e un pezzo di velluto rosso porpora.

Le marionette, in tutta onesta non erano inquietanti. Erano formate da pochi pezzi; una testa di ceramica dal dolce visino e un grosso pezzo di stoffa che faceva da vestito e corpo contemporaneamente, se non fosse stato che la testa veniva comandata dagli stessi capelli, che partivano tirati fino a giungere alle dita dell’uomo.

A volte capitava che qualcuno lasciasse uno spicciolo sul piattino davanti alla scatola, avvicinandosi restio ed allontanandosi, subito dopo veloce, senza guardarsi indietro. Credo che la gente avesse paura di inimicarlo, passando spesso dinanzi a lui senza offrire mai nulla. Come se la presenza inquietasse nel tempo, insinuandosi come un morbo.

Quando gli facevano un’offerta lui non si muoveva, restava totalmente impassibile mentre una delle due bambole si inchinava, facendo la riverenza e creando un grande arco col braccio.

Ricordo che da piccolo mi terrorizzava, nascondevo la faccia tra le pieghe del cappotto di mia madre finché non uscivamo dal sottopassaggio.

 

Quando mi feci un po’ più grande invece divenne una sfida. Mi ritrovavo a voler passare da lì per incontrarlo e poterlo guardare con attenzione, ma solo quando ero in compagnia di qualcuno, mentre da solo evitavo quel luogo senza rendermene conto, prendendo strade secondarie ed allungando la via spesse volte.

A scuola, mi si avvicinava di frequente qualcuno con una foto sul telefono raffigurante lui ed il burattinaio immobile. Era una prova di coraggio e lui li lasciava fare, incurante, mentre dondolava le sue marionette impassibile in quel buco buio e sudicio senza un passato e senza un futuro.

 

Era una serata caldissima di luglio. Uscii svogliato e temendo l’afa, ma non avevo più nulla nel frigorifero e d’un tratto la fame si fece più pressante della paura del caldo.

Ero a metà strada per il supermercato che fui sorpreso dalla pioggia. Quei tipici acquazzoni estivi, nei quali goccioloni cadono pesanti e radi, mentre il sole ancora splende, evaporando appena toccata la terra ed inglobando la città in una cappa surreale di afa e nebbia da trattenere il respiro. 

Corsi sino al sottopassaggio buio. La maglietta portava il segno dei goccioloni scuri e l’asfalto ribolliva.

Lui era li.

Incredibile come il tempo non avesse mai scalfito la sua figura. Non un capello unto né una macchia d’olio erano cambiati dai miei ricordi di bambino.

Giunsi dinanzi a lui e, non so perché, per la prima volta sentii una gran compassione. Stava lì come sempre, a muovere quelle dita lunghe e ossute, inscenando chissà quale storia nella sua testa.

Mi avvicinai e posai una moneta da due euro nel piattino. Come al solito lui non si mosse, ma la marionetta si piegò in un appariscente inchino portando il braccio verso di me.

Feci per andarmene ma la pioggia non accennava a diminuire, anzi aumentava, con gran rumore claustrofobico e visivo che mi chiudeva ogni spiragli odi pensiero. Mi ritrovai, preso dalla noia, a camminare avanti e indietro per il tunnel deserto, eccetto che per noi due, soli.

Fu allora che feci l’ultima cosa che avrei mai pensato, gli parlai.

“Maledetta pioggia. Se almeno rinfrescasse, portando un po’ di ristoro e invece, quando cesserà, farà più caldo di prima”, dissi con le mani in tasca e ondeggiando vistosamente col bacino, a un paio di metri da lui.

Nessuna risposta.

 

Continuava a guardare dritto, con le marionette che ruotavano su se stesse, mosse da impercettibili gesti spigolosi di quelle dita fine...    

...continua

                                                         Ilaria Bicchi


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Commenti: 1
  • #1

    Maria Lucia (mercoledì, 26 luglio 2017 18:42)

    Aspetto con ansia la continuazione!